Percorso e-commerce da Meta Ads al sito con problemi nel carrello e nel checkout

Meta Ads porta traffico ma il sito non converte? 10 cose da controllare

Le campagne portano utenti sul sito, ma gli acquisti non arrivano. Prima di modificare ancora targeting, budget e creatività, vale la pena controllare cosa succede dopo il click. Perché Meta può portare una persona fino al sito. Non può comprare al suo posto.

In questo articolo
  1. 01Dalla pagina di arrivo alla navigazione (controlli 1-3)
  2. 02Pagina prodotto e fiducia (controlli 4-5)
  3. 03Costi chiari e promozioni che funzionano (controlli 6-7)
  4. 04Carrello, checkout e tecnica (controlli 8-9)
  5. 05Dove perdi le persone (controllo 10)
  6. 06Prima di cambiare Meta, controlla cosa succede dopo Meta

“Meta Ads potrebbe fare meglio.” È una frase che sento abbastanza spesso.

E qualche volta è assolutamente corretta. Ci sono campagne da rivedere, creatività che hanno perso efficacia, costi di acquisizione troppo alti o traffico che non sta dimostrando sufficiente interesse. Con una precisazione: una giornata o una settimana peggiore non basta per diagnosticare un problema.

Altre volte, però, apro il sito e trovo un problema diverso. Il prodotto dell’annuncio è difficile da trovare, da mobile il sito è macchinoso, per conoscere i costi di spedizione bisogna arrivare quasi alla fine. Il codice sconto promosso nell’ad non funziona, il checkout richiede una quantità di informazioni sproporzionata e mancano recensioni, informazioni sull’azienda o elementi che rassicurino una persona che non conosce ancora il brand.

A quel punto continuare a modificare Meta rischia di diventare un esercizio inutile. Perché Meta Ads è una parte del customer journey. Non è tutto il customer journey.

Se le campagne riescono a portare sul sito persone potenzialmente interessate, il passaggio successivo è capire cosa succede a quelle persone una volta arrivate. Questa è la checklist che utilizzerei prima di concludere che il problema siano necessariamente le campagne.

1. L’annuncio porta l’utente sulla pagina giusta?

Partiamo dal primo secondo dopo il click. Se sto pubblicizzando un prodotto specifico, dove mando l’utente? Sulla relativa pagina prodotto, su una categoria, sulla homepage? Sembra banale, ma ogni passaggio aggiuntivo richiede all’utente di capire dove andare.

Se nell’annuncio mostro una determinata borsa, clicco perché quella borsa mi interessa. Atterrare sulla homepage e doverla cercare nuovamente significa trasformare un percorso molto semplice in:
annuncio → homepage → menu → categoria → sottocategoria → prodotto.

E a ogni passaggio qualcuno può uscire.

Lo stesso problema si verifica quando c’è una discontinuità tra messaggio pubblicitario e landing page. L’ad comunica uno sconto del 20%, ma nella pagina non lo vedo; parla di spedizione gratuita, ma il sito non la menziona; mostra un prodotto, ma la landing apre una collection con 80 articoli.

L’annuncio ha già creato un’aspettativa. Il sito deve continuare quella conversazione, non costringere l’utente a ricominciare da capo.

2. Il sito è davvero facile da utilizzare da mobile?

Non basta aprire il sito da smartphone e vedere che gli elementi si ridimensionano. “Responsive” e “facile da usare” non sono sinonimi. Prova davvero ad acquistare.

Il menu è comprensibile? Le immagini occupano tutto lo schermo prima di permetterti di vedere prezzo e CTA? I filtri sono utilizzabili e la selezione della variante è evidente? Il pulsante “Aggiungi al carrello” è facilmente raggiungibile? Ci sono popup che coprono metà della pagina, o una tastiera che rende impossibile vedere cosa stai compilando?

Se gran parte del traffico pubblicitario arriva da mobile, testare seriamente solo la versione desktop significa controllare un’esperienza diversa da quella vissuta da molti utenti delle campagne.

3. Trovare il prodotto è semplice?

Non tutti gli utenti acquistano esattamente il prodotto dell’ad. Qualcuno clicca, guarda quel prodotto e decide di esplorare. A quel punto entrano in gioco menu, categorie, ricerca interna, filtri e struttura del catalogo.

Se vendo scarpe e per trovare un determinato modello devo capire autonomamente se si trova sotto “Lifestyle”, “Collection”, “New Season” oppure “Men”, sto chiedendo al cliente di comprendere l’architettura interna del mio e-commerce. Non dovrebbe essere necessario.

Una struttura elegante dal punto di vista del brand può essere pessima dal punto di vista dell’acquisto.

4. La pagina prodotto risponde alle domande necessarie per comprare?

L’utente non può toccare il prodotto, non può provarlo, non può prendere la scatola in mano. Quindi la product page deve sostituire buona parte di quell’esperienza. Prezzo, disponibilità, misure, materiali, varianti, tempi di consegna, fotografie, modalità di utilizzo, resi e informazioni importanti per quella specifica categoria devono essere facili da trovare.

Un utente con una domanda non risolta non diventa automaticamente un acquisto perso. Ma ogni dubbio fondamentale lasciato senza risposta aggiunge una ragione per rimandare la decisione, e Meta non può risolvere una domanda che nasce quando l’utente è già sul sito.

5. Il sito dà abbastanza motivi per fidarsi?

Questo punto diventa ancora più importante quando Meta sta portando utenti che non conoscono già il brand. Per chi gestisce quotidianamente un e-commerce, il sito è familiare. Per una persona che lo vede per la prima volta è un’azienda sconosciuta alla quale stiamo chiedendo denaro e dati personali.

Chi siete? Posso fidarmi? Se ho un problema, qualcuno mi risponde? Posso restituire il prodotto? Altre persone hanno acquistato? Quali metodi di pagamento accettate? Quando riceverò il mio ordine?

Non serve riempire il sito di badge “100% Secure” presi da Internet. Servono risposte credibili alle normali esitazioni di una persona che ancora non vi conosce.

6. Prezzo, spedizione e resi sono chiari prima del checkout?

Una delle esperienze peggiori è scoprire il vero costo dell’ordine soltanto alla fine. Il prodotto costa 80 euro. Arrivo al checkout e compaiono 12 euro di spedizione, poi eventualmente tasse, supplementi o condizioni che non avevo visto.

A quel punto il confronto mentale non è più tra “comprare o non comprare il prodotto”, ma tra il prezzo che pensavo di pagare e quello che mi viene chiesto adesso. Queste informazioni non dovrebbero essere una sorpresa riservata agli ultimi trenta secondi del customer journey.

7. Le promozioni pubblicizzate funzionano davvero?

Questo è uno dei controlli più semplici e, proprio per questo, uno dei più assurdi da saltare. Se un’ad dice:
“Usa SUMMER20 per ottenere il 20% di sconto”

qualcuno deve periodicamente prendere quel codice e provarlo realmente. Non guardare semplicemente nel backend se risulta attivo. Usalo: con il prodotto della campagna, da mobile, nel checkout reale.

Ho visto situazioni in cui il codice era scaduto, funzionava soltanto su alcune categorie, non era cumulabile con uno sconto già presente oppure dava semplicemente errore.

Dal punto di vista di Ads Manager può sembrare tutto normale: impression, click, landing page view, add to cart. Poi la persona arriva al carrello, inserisce la promozione promessa nell’ad e riceve “codice non valido”.

A quel punto non serve una nuova creatività. Serve far funzionare il codice.

8. Il carrello e il checkout stanno aggiungendo attrito inutile?

Quando qualcuno aggiunge un prodotto al carrello, il lavoro cambia. Non dobbiamo più convincerlo a cliccare un annuncio. Dobbiamo permettergli di completare l’acquisto.

È qui che diventano rilevanti domande molto pratiche. Serve creare obbligatoriamente un account? Quanti campi chiediamo, e chiediamo informazioni che non servono veramente all’ordine? Gli errori nei form sono comprensibili? L’utente può modificare facilmente quantità o variante? Sono disponibili i metodi di pagamento che si aspetta? Il checkout funziona bene anche da mobile? Il totale dell’ordine è sempre chiaro?

Non fissarti però sul numero assoluto di pagine. Un checkout in tre step perfettamente comprensibile può essere migliore di una singola pagina caotica. Il problema non è semplicemente quanti click servono, ma quanta fatica stiamo chiedendo al cliente.

9. Il sito funziona oppure sembra soltanto funzionare?

Un sito può essere online e allo stesso tempo perdere ordini. Pensa a un pulsante che ogni tanto non risponde, a un wallet che non si apre, a un campo che non accetta correttamente un CAP, a una variante selezionata che torna a quella precedente, a un redirect anomalo, a un codice sconto che genera errore, a una pagina che da un determinato browser si blocca.

Sono problemi che non sempre emergono guardando le dashboard aggregate. Ed è proprio qui che analytics comportamentali, registrazioni di sessione e feedback degli utenti diventano utili.

La distinzione importante è questa:
i dati quantitativi possono dirti dove perdi utenti. Vedere come utilizzano il sito può aiutarti a capire perché.

10. Sai realmente in quale punto del funnel perdi le persone?

Questo è il controllo finale perché mette insieme tutti gli altri. Non basta sapere che abbiamo ricevuto 5.000 click e 20 ordini. Bisogna capire cosa è successo tra quei due numeri.

Quante persone hanno effettivamente caricato la landing? Quante hanno visualizzato il prodotto? Quante hanno aggiunto al carrello? Quante hanno iniziato il checkout? Quante sono arrivate al pagamento? Dove avviene il calo più importante?

Se abbiamo molti click ma pochissime product view significative, guarderei subito esperienza di landing e qualità del traffico. Se le persone visitano il prodotto ma quasi nessuno aggiunge al carrello, indagherei prodotto, prezzo, proposta, informazioni e fiducia. Se abbiamo tanti add to cart ma pochi checkout, guarderei carrello, costi e intenzione. Se molte persone iniziano il checkout ma poche acquistano, il fondo del funnel diventa prioritario.

Non significa che ogni rapporto debba rispettare uno standard universale. Significa smettere di trattare “poche vendite” come una diagnosi: è soltanto il sintomo.

Prima di cambiare Meta, controlla cosa succede dopo Meta

Naturalmente non significa che Meta Ads non possa essere il problema. Se le creatività non generano interesse, il CPC aumenta, il traffico è poco qualificato o la strategia pubblicitaria è sbagliata, intervenire sulle campagne è necessario.

Ma c’è anche la situazione opposta. Meta porta persone interessate, le persone cliccano, arrivano sul sito, alcune iniziano persino ad avvicinarsi all’acquisto. E poi incontrano attrito. In quel momento continuare a modificare campagne, audience o budget può semplicemente aumentare la quantità di persone che mandiamo dentro lo stesso problema.

Meta può trovare un potenziale cliente, mostrargli il prodotto, generare interesse e portarlo sul sito. Da lì in poi, il resto del business deve fare la sua parte.

Per questo, quando le campagne sembrano fare il loro lavoro ma le vendite non arrivano, la domanda che faccio non è soltanto:
“Cosa possiamo cambiare su Meta?”

È anche:

“Abbiamo provato a comprare davvero dal nostro sito?”

Molto spesso è da lì che inizierei.

Approfondire è utile. Applicare bene lo è ancora di più.

Se vuoi, possiamo trasformare questi ragionamenti in un piano concreto per il tuo Paid Social.